02 aprile 2025

Il futuro della nautica da diporto ai tempi della guerra dei dazi

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L’aumento dei dazi tra USA e UE mette a rischio il comparto della nautica da diporto. Il parere dell’esperto Stefano Comisi per DN

monaco yacht show blue wake

L’aumento dei dazi tra USA e UE mette a rischio il comparto della nautica da diporto. Il parere dell’esperto Stefano Comisi per DN

9 minuti di lettura

Il 12 marzo scorso il presidente americano Donald Trump ha imposto dazi del 25% su acciaio e alluminio, innescando la reazione dell’Unione europea che ha minacciato di reintrodurre le contromisure già adottate nel 2018, comprendenti, fra l’altro, l’imposizione di tariffe sulle imbarcazioni americane. La piena operatività di queste misure, inizialmente prevista per il 1º aprile 2025, è stata posticipata a metà aprile, per agevolare ulteriori negoziati con l’amministrazione statunitense. Ancora non è chiaro tuttavia quali saranno i possibili effetti di questa disputa commerciale sull’intero reparto nautico.

Per analizzare i possibili scenari e le strategie che l’industria nautica potrà mettere in atto per scongiurare una potenziale crisi., noi di Daily Nautica abbiamo intervistato Stefano Comisi, avvocato presso lo studio Armella & Associati ed esperto in materia di commercio internazionale,

Quali saranno le conseguenze di questa guerra commerciale sul mercato della nautica da diporto?

Stando ai più recenti dati divulgati da Confindustria Nautica, gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato di riferimento per l’industria nautica europea. Nel 2024 le esportazioni di unità da diporto dall’Europa verso gli USA hanno raggiunto un valore di 1,4 miliardi di euro, con l’Italia che si distingue detenendo il 40% della quota complessiva. Parallelamente, le importazioni europee dagli USA sono passate dai 140 milioni di euro del 2023 a circa 200 milioni nel 2024, evidenziando l’interconnessione ma anche un chiaro sbilancio tra i due mercati. Qualora le tariffe minacciate dovessero concretizzarsi, il risultato sarebbe duplice: da un lato i produttori e i rivenditori si troverebbero a dover gestire un aumento dei costi di produzione e approvvigionamento, con conseguenze anche sulla competitività; dall’altro, i consumatori finali potrebbero subire un significativo rialzo dei prezzi, con un effetto a catena suscettibile di ridefinire completamente le relazioni commerciali internazionali.

Quando vedremo i primi effetti?

Gli effetti di questa politica commerciale si vedranno già nel breve termine, sotto forma di fluttuazioni dei prezzi e variazioni nelle quotazioni azionarie. Solo la mera minaccia dei dazi ha già determinato un calo importante delle quotazioni dei cantieri presenti nella Borsa italiana, registrando un -13% per Sanlorenzo e un -6% per Ferretti Group. Bisogna aggiungere, inoltre, gli impatti diretti sulla produzione e sulla logistica, con l’aggiornamento dei costi di produzione e l’adeguamento dei listini.

Si prospetta una nuova crisi del reparto industriale?

Nel complesso l’attuale scenario tariffario, segnato da misure protezionistiche e da una retorica commerciale aggressiva, parrebbe preannunciare rischi imminenti e concreti per l’industria nautica. Il settore ha già fatto esperienza di un mandato sotto Trump, subendo, in tale precedente occasione, un impatto diretto contenuto, con il mercato della nautica europea che è rimasto sostanzialmente inalterato. Non si escludono, tuttavia, effetti collaterali indesiderati, derivanti dall’attuale clima di incertezza commerciale. L’industria della nautica da diporto è fortemente integrata nelle dinamiche economiche globali, poiché si basa non solo sulle forniture di materie prime come acciaio e alluminio, metalli di vitale importanza per la componentistica navale), accessoristica e manodopera da diversi Paesi, ma anche su partnership commerciali strategiche.

Dazi e tariffe impattano dunque in modo significativo su numerosi settori industriali e commerciali. A tal proposito, la stessa European Boating Industry (EBI), che rappresenta l’industria della nautica da diporto a livello europeo, ha espresso una ferma opposizione all’introduzione di tariffe di ritorsione sui prodotti statunitensi minacciate dalla Commissione europea. L’associazione si è attivata al fine di segnalare alle autorità unionali e nazionali i potenziali pericoli per le imprese e per l’intera supply-chain, evidenziando come i dazi possano ostacolare il libero scambio delle merci, nonché frenare la crescita economica e l’occupazione. L’impatto risulterebbe particolarmente dannoso per le piccole e medie imprese, che costituiscono il cuore della cantieristica europea.

Quali strategie potranno adottare i cantieri navali per mitigare l’impatto dei dazi?

Innanzitutto, va detto che il settore nautico italiano ha già dimostrato una forte capacità di adattamento durante le recenti crisi economiche. I dati raccolti dalla Fondazione Edison per Confindustria Nautica confermano l’Italia come primo esportatore mondiale di unità da diporto, registrando a settembre 2024 la soglia dei 4,5 miliardi di euro, un massimo storico per l’export. Ciò nonostante, in questo contesto di incertezza i cantieri navali si trovano di fronte alla necessità di una riorganizzazione strategica. In prima battuta, si potrebbero incoraggiare i produttori nazionali ad adottare nuove strategie di approvvigionamento, attuando una graduale delocalizzazione delle attività produzione, in prossimità dei bacini commerciali strategici e più lontano dai fornitori statunitensi.

Più a lungo termine, parrebbe auspicabile la ricerca di materiali alternativi all’alluminio e all’acciaio, che consentano di mantenere standard qualitativi elevati e indipendenti dalle oscillazioni tariffarie. Si sa inoltre che, generalmente, i cantieri rispondono alle situazioni di crisi tentando di marginalizzare, e in tal senso la strada maestra tradizionalmente percorsa è quella dell’abbassamento del costo di produzione. Sarebbe allora utile implementare innovazioni stilistiche e tecnologiche che, senza intaccare in maniera sostanziale la percezione della qualità del prodotto (da evitarsi il fenomeno del “impoverimento” del prodotto finale), consentano di ridurre i costi razionalizzando la produzione.

In che misura questi dazi potrebbero influenzare i prezzi e la vendita delle imbarcazioni?

Appare quasi scontato evidenziare come l’introduzione di queste misure sia suscettibile di determinare una serie di effetti a catena tali da risultare fortemente dannosa non solo per le imprese, ma anche per gli stessi consumatori, che potrebbero essere esposti a significativi aumenti di prezzo. In particolare, l’incremento diretto dei costi di produzione non potrebbe che riflettersi sui listini delle imbarcazioni, trasferendo tali costi sui consumatori finali. Ciò genererebbe l’ulteriore rischio di una contrazione della domanda sia sul mercato statunitense sia in altri mercati. Non da sottovalutare sono poi gli impatti sul settore dell’accessoristica navale, fortemente dipendente dai materiali soggetti ai dazi, che potrebbero comportare un ulteriore aumento del prezzo complessivo.

Ne risentiranno di più gli Stati Uniti o l’Unione europea?

Il bilanciamento degli effetti tra i due blocchi è complesso. Dal lato europeo, il vero problema, alla luce dei valori economici in gioco e del numero di imprese implicate, potrebbe verificarsi nel caso in cui il presidente statunitense, dinnanzi all’applicazione dei dazi unionali, decidesse di imporre tariffe reciproche sulle imbarcazioni europee. Teniamo presente che Trump ha dichiarato che, se l’UE deciderà di introdurre il dazio al 50% previsto sul whisky, gli Stati Uniti reagiranno imponendo contromisure tariffarie del 200% su tutti i prodotti alcolici provenienti dai Paesi dell’UE. Questa escalation darebbe il via a un conflitto commerciale di dimensioni non marginali.

Gli Stati Uniti sono un mercato di riferimento per la nautica da diporto Made in Italy: circa il 20% delle vendite estere è destinato agli USA, rendendo il comparto particolarmente esposto alle nuove restrizioni commerciali. L’introduzione di tariffe ritorsive, aventi l’effetto di rendere i prodotti importati più costosi, potrebbe alterare la competitività tra i produttori stranieri e statunitensi, in favore dei secondi. D’altro canto, negli Stati Uniti le principali imprese del settore si sono già confrontate con sfide legate a condizioni di ostilità commerciale. Alcune aziende, come Brunswick, hanno risposto negli ultimi anni investendo in ampie capacità produttive direttamente in territorio europeo. Dunque, i nuovi dazi parrebbero colpire l’industria nautica europea più severamente di quella statunitense.

In realtà, possono essere portate avanti considerazioni differenti. In primo luogo, la produzione italiana riguarda imbarcazioni di fascia alta: il nostro Paese è primo esportatore al mondo di superyacht sopra i 24 metri, con principale mercato di destinazione proprio gli Stati Uniti. Ciò rende i nostri prodotti difficilmente sostituibili con i prodotti locali, essendo la costruzione di questo tipo di yacht sostanzialmente scomparsa negli Stati Uniti. La cantieristica italiana non è diretta concorrente della produzione statunitense, e anzi, di fronte a una situazione in cui Trump non ha da difendere un’industria locale, potrebbe non avere interesse ad imporre dazi su queste specifiche imbarcazioni. Il discorso è diverso per quelle aziende che esportano imbarcazioni fino a 24 metri e componentistica varia: gli americani hanno infatti una industria locale con una grande produzione di piccole imbarcazioni, quali pontoon boats e fisherman boats.

In secondo luogo, va ricordato che, nel corso della prima amministrazione Trump, i dazi imposti su acciaio (25%) e alluminio (10%) nel triennio 2018-2021 avevano determinato ricadute negative sulla stessa industria statunitense, con un aumento dei costi per la cantieristica nautica americana. Se i dazi avessero l’effetto di rendere più costose le imbarcazioni costruite negli Stati Uniti, gli acquirenti potrebbero decidere di rivolgersi ad altri mercati. Allo stesso modo, se a metà aprile l’UE decidesse di reintrodurre un aggravio al 25% sul prezzo di listino delle barche americane, come è accaduto in passato, l’effetto sarebbe rovinoso. Basta guardare ai dati per capirlo: alla fine del triennio 2018-2021, la riduzione registrata sulle esportazioni di imbarcazioni statunitensi verso l’UE era addirittura del 50%.

Erano state esattamente queste considerazioni a permettere alla EBI, alla Federazione nautica mondiale (Icomia) e all’associazione americana NMMA (National Marine Manufacturers Association) di negoziare con i governi coinvolti una moratoria dei dazi della durata di due anni, poi prorogata, mitigandone gli effetti. Il fatto, appunto, è che i dazi imposti da Trump rischiano di ritorcersi come un boomerang proprio sulla manifattura statunitense.

Quali sono le prospettive future per la nautica da diporto in termini di regolamentazioni e accordi internazionali?

L’evoluzione del panorama commerciale globale, seppur ancora incerta, potrebbe aprire a nuove opportunità: la crescente domanda proveniente da altri mercati potrebbe favorire la conclusione di accordi di libero scambio con altri Paesi, incentivando la creazione di nuove aree di trade in cui i dazi siano eliminati o quanto meno ridotti. Un esempio di mercato promettente, vista la crescita stabile che sta interessandp la classe media, potrebbe essere quello asiatico. Oltre a lavorare attivamente su accordi nuovi, è poi importante rafforzare i partenariati commerciali esistenti. A tal riguardo, esenzioni tariffarie mirate potrebbero favorire una stabilizzazione dei costi, consolidando a lungo termine il progresso dell’industria.

Più a breve termine, si segnalano le azioni di sensibilizzazione portate avanti tanto da EBI, verso la Commissione europea e i governi nazionali, quanto da NMMA, che sta collaborando attivamente con i legislatori statunitensi per evitare una escalation che metterebbe a rischio, fra l’altro, migliaia di posti di lavoro. Al momento la direzione generale del Commercio della Commissione europea ha avviato un dialogo con le associazioni di categoria per riconsiderare l’esclusione delle imbarcazioni nell’elenco delle contromisure tariffarie, ma si tratta di un risultato il cui raggiungimento è tutt’altro che agevole.

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